Unitalsi a Lourdes 2008
A cura di Tino Testa.
“La basilica che apre le
sue braccia sull’esplanade quasi ad accogliere maree di gente di
ogni nazione e condizione, gente che in silenzio impressionante porta
nell’anima e nel corpo il proprio sofferto segreto, è come il
segno della compassione di Cristo che continua. A nessuno si chiede
perché è venuto. E’ come se fosse un’evidenza. E’ venuto
perché è un uomo e l’uomo ha sempre diritto di cercare suo Padre,
comunque sia e per qualunque ragione….
…La prima attrattiva di Lourdes è sempre stata per me questa folla, dove l’anonimato diventa espressione di una comune appartenenza ed il ritrovarsi insieme a cercare qualcosa o Qualcuno è la muta, ma reale riscoperta di una stessa fondamentale identità: l’identità dei poveri. E’ come se il pellegrinaggio conducesse quella folla ad identificarsi con Bernadette che, ignara di quanto stava per accaderle, si dirigeva in quel lontano 11 febbraio a raccogliere legna verso la grotta di Massabielle. Quell’adolescente era tutta povertà Era lì perché la sua famiglia non aveva più nulla, neanche la casa da cui era stata sfrattata era ammalata di asma, era ignorante; diceva di sé: “Io non sono che una cosa; se la Santa Vergine mi ha scelto è perché io ero la più ignorante. Se ne avesse trovata una più ignorante di me, l’avrebbe scelta….
… questa è una certezza che traspare sul volto di tutti: si avverte in quel sentirsi tutti a proprio agio davanti alla Grotta, nella Via Crucis, nei luoghi di preghiera, nella cappella delle Confessioni: è una certezza che alla sera esplode in una festa indescrivibile, una festa veramente dei “poveri”, finalmente liberi dall’abituale necessità di darsi un contegno in una società dove le povertà bisogna nasconderle, dove bisogna essere “qualcuno” per non essere emarginati.
A Lourdes, la sera, non sai chi è il tuo vicino, non ne conosci né le miserie né le virtù. E’ solo un uomo che, come te, sta facendo l’esperienza della beatitudine dei poveri nello spirito. E ne esulta e per più di un’ora canta “Ave Maria” alzando ed abbassando una fiaccola, senza stancarsi finché, alla fine quell’Ave Maria si risolve in un trionfale “Lumen Christi! Alleluia”: l’esito della povertà riconosciuta, accolta e condivisa e per questo veramente diventata beatitudine perché colmata da Cristo.
E’ questo in realtà lo sbocco logico per la folla di Lourdes. Coloro che vi vanno pellegrini non sono gente in fuga dalla realtà. Ve la portano, la loro realtà personale, e vi portano la loro appartenenza al mondo….”(Don Luigi Bergamaschi; “Mia cara Parrocchia….” Lettere Pastorali, “Lourdes: la beatitudine dei Poveri”, Ottobre 1985)
Anch’io sono stato a Lourdes, la prima volta nel 1976, con un pellegrinaggio parrocchiale, a portare la mia povertà, ad unirla a quella degli altri; anch’io ho innalzato la mia lampada accesa nella processione “au flambeau” insieme a tanti; ed anch’io ho assistito un mio fratello della Normandia traumatizzato, giovane, paraplegico che mi ha letto dentro e che al momento dei saluti mi ha detto: ”Je prierai pour vous” facendomi capire che anch’io avevo bisogno di assistenza per la mia vita.
Tre anni fa, novello pensionato, mi sono trovato coinvolto nell’esperienza di un pellegrinaggio UNITALSI regionale emiliano-romagnolo. Per combinazione il tema suggerito allora dalla Diocesi di Lourdes era: “Tenez vos lampes allumées”. Non era certo un caso: era l’invito alla conversione ed alla testimonianza.
Ed ancora oggi mi ritrovo a partecipare alla processione “au flambeau” e commuovendomi alle lacrime cantando insieme a tutti gli altri “Ave Maria” alzando ed abbassando una fiaccola, senza stancarmi finché, alla fine quell’Ave Maria si risolve in un trionfale “Lumen Christi! Alleluia”:
Non è stato difficile stringere amicizia ed affrontare tutti gli impegni che via via si presentavano con Danio il Responsabile del coordinamento medico, con Francesco, medico di medicina d’urgenza a Parma, con Linda l’allergologa pediatra, Francesco, piacentino, della CRI e Mariangela, Ghedini, il collega psichiatra, Italo, “la Pina” e tanti altri. Ora l’amicizia è diventata ancor più affettuosa.
Ora è il terzo anno che vado in pellegrinaggio e spero che ancora possano seguire altre esperienze.
Sono in ordine i temi che mi hanno coinvolto nei tre anni e che mi accompagnano nella esperienza di vita al ritorno dal pellegrinaggio.
“Se c’immaginassimo sospesi nello spazio senza tempo al di sopra di un abisso dal quale salgano alle nostre orecchie il rumore della terra rotante, non sentiremmo altro che un ruggito primordiale di dolore emesso, come da una voce sola, dall’umanità sofferente”(A.Schweitzer).
Questo è un altro aspetto dell’esperienza a Lourdes: senti salire al cielo tutta l’umanità che lì si ritrova e tu ti senti con tutti, uguale a tutti, e desideroso di camminare insieme, ed in quel momento non ti viene nemmeno per un momento di scandalizzarti per le varie forme di religiosità che vengono espresse (l’affaccendamento per fare un passaggio in più alla grotta, l’approvvigionamento dell’acqua, il bagno con acqua che non bagna, il numero di candele accese); tu sei in quel posto solo per pregare insieme a tutto il mondo: “L’anima mia magnifica il Signore, e si allieta il mio spirito in Dio mio Salvatore…”
Noi medici assistenti abbiamo un posto di osservazione privilegiato da cui possiamo monitorare la sofferenza globale: il dolore fisico, l’ansia, la paura, l’angoscia, la rabbia, la frustrazione; tutto ciò noi lo ritroviamo nel servizio che prestiamo sul treno nel corso del viaggio, nell’ambulatorio del Salus Infirmorum, nelle stanze di degenza o presso gli alberghi, nei momenti comuni del pellegrinaggio.
Ho visto una donna venir meno per l’angoscia che portava dentro, ho seguito il caso di un giovane terminale operato di cancro, sono stato a messa con un bambino autistico che continuava sbattere la testa contro lo schienale della carrozzina…, ho partecipato all’emozione intensa, fino alle lacrime, dei quattro colleghi, nuovi all’esperienza UNITALSI, ma già esperti professionalmente, reduci dall’accompagnamento della benedizione col Santissimo a tutti i malati nella basilica sotterranea.
Ho visto gente: infermieri, volontari “Barellieri”, assistenti “Dame” prodigarsi notte e giorno per poter aiutare coloro che portano la loro vita alla grotta e pagando di tasca propria, a volte a costo di sacrifici, per fare questa assistenza.
So di gente che frequenta i cosiddetti “stages” per essere in grado di seguire al meglio gli invalidi, i pellegrini, per fare i bagnini, i camerieri alle mense, gli sguatteri…tutto offrendo gratis la loro presenza.
Ho visto il pellegrinaggio di Lyon con il Cardinale, in un atteggiamento per niente sussiegoso, che animava con la sua presenza una quantità di giovani con tanti cappellini di tutti i colori (forse distintivi delle vari parrocchie) che pregavano, giocavano, stavano insieme.
Ho visto gente in ginocchio che in silenzio era in rapporto religioso con Dio, che percorreva la Via Crucis a piedi nudi, che passava ore di adorazione nella tenda del Santissimo.
A chi si domanda: “Perché succedono tutte queste cose?” La risposta è già stata data da una suora, in carrozzina, a Lourdes, tanti anni fa: “C’est Dieu qui pousse!” (E’ Dio che ti urge dentro!).
Tino Testa