Una fiaba musicale sulla diversità

Il 29 ottobre al Capitol un originale spettacolo di musica,parole e canto

BU-BUNGARI, IL VITELLO SPIRITO

Una fiaba musicale sulla diversità, tratta da un racconto del senegalese Mbacke Gadji

 

“Si chiama Ddjibel pastore africano / e la sua storia ti prende per mano / laggiù nel Ferlo uno spirito buono / porta bontà e un grande mistero” Una fiaba in senegalese recitata, cantata e danzata. Ecco “BU-BU NGARI, il vitello spirito” fiaba musicale andata in scena mercoledì 29 ottobre al cinema Capitol. “L’idea, di alcuni anni fa, era quella di una rappresentazione teatrale alla cui messa in opera prendessero parte giovani e bambini provenienti dalle diverse realtà multietniche fiorenzuolane in collaborazione con le scuole di musica, canto, danza e teatro della nostra città. Purtroppo solo il secondo dei nostri obiettivi è stato raggiunto”sono le parole del maestro Vincenzo Torricella, ideatore del progetto, patrocinato dal Comune, e autore delle musiche. Alla realizzazione dello spettacolo, infatti, è mancata la partecipazione di ragazzi stranieri, ma sul palcoscenico hanno interagito in armonia il”Piccolo Ensamble”della scuola comunale di musica “M. Mangia”, l’Associazione musicale “Orchestra Amadeus”, il Coro voci bianche della corale di Fiorenzuola, le allieve della scuola di danza “On stage” e la compagnia teatrale “Ancora senza nome”, il tutto sotto la direzione del maestro Roberto Sidoli. Una rappresentazione nata dal riadattamento teatrale, ad opera di Franco Nazzani, di una leggenda africana, tratta da un racconto di un autore senegalese, Mbacke Gadji, presente in sala. E’ la storia di un gracile vitello smarrito accolto come un amico da un bambino, ma considerato dagli uomini del villaggio l’incarnazione dello spirito del male in base ad una antica profezia.”Sciagure e rovine sulle terre del Ferlo / lo dicono gli anziani, lo dice lo stregone / verrà lo spirito del male / avrà la forma di un vitello smarrito / e il villaggio sarà perduto”è il ritornello che il coro scandisce più volte alternando, con destrezza, italiano e senegalese. Ma alla fine, sarà proprio il vitello, in realtà uno spirito buono, a salvare le mandrie dalla carestia e dalla guerra, sconfiggendo il terribile drago che abita l’unica fonte d’acqua e di speranza per il villaggio. “Un racconto – dice l’autore stesso – che viene dalla tradizione orale africana, raccontato dalle nonne ai nipoti, perché non sia dimenticato”. Una storia dalla morale semplice e immediata, adatta ai bambini, ma monito anche per gli adulti. Chi è diverso non sempre rappresenta un pericolo, anzi può diventare  una ricchezza per tutti gli altri se viene accettato e accolto. Gli occhi di Djibel, il giovane amico del vitello smarrito, non sono coperti dal velo del pregiudizio, il suo è uno sguardo limpido che sa superare l’apparente diversità. Djibel dà un’occasione al suo nuovo amico, pur sapendo di andare contro l’opinione del padre e del resto del villaggio. E’ proprio l’autore, nel suo intervento introduttivo alla rappresentazione, a sottolineare questo aspetto: ”Chi arriva dall’africa in Europa deve spesso scontrarsi con una società che non da’ spazio, non da’ fiducia.E’ davvero difficile trovare posto in questo contesto, e ogni giorno bisogna dimostrare di meritarselo”. Tutto questo in una fiaba.La voce recitante, Antonia Stradivari, è accompagnata nella narrazione dalle colorate coreografie e dagli eleganti mimi delle ballerine della scuola di danza dirette da Elisa Ceresa. Il racconto è poi animato da suggestivi canti senegalesi, cori parlati e dalle musiche di chitarre, flauti e violoncello. Il tutto in un atmosfera  tribale ben sottolineata dall’utilizzo delle percussioni e dalle intense maschere africane, utilizzate da ballerine e coro, realizzate da Dino Molinari. Un’occasione per conoscere una cultura lontana e per riflettere. E di questo l’autore a ringrazia i presenti: ”Vi ringrazio per essere qui, non in qualità di scrittore, ma come membro della civiltà senegalese, perché Fiorenzuola ha voluto conoscere e incontrare in questo modo la nostra cultura. Io scrivo in italiano per venire incontro a chi vuole leggere i miei libri, voi siete venuti incontro a me”.

Giulia Bartolini

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