Dieci anni fa la prima pubblicazione on-line de L'Idea


A dieci anni dalla prima pubblicazione on-line di un numero de "L'IDEA",
il nostro bollettino parrocchiale, lo staff di parrocchiasanfiorenzo.it vuole "ricordare"
il debutto on-line della nostra Parrocchia, ripubblicando gli articoli di quel numero.

Un'occasione per fare il punto sulla capacità della nostra comunità di divulgare,
con i nuovi mezzi, l'annuncio evangelico!!!

Editoriale

(Editoriale)

 

Nel dolore, guardare al Crocifisso

 

PERCHE’ QUEL GRIDO?

 

La sofferenza abissale di Dio confitto in croce è il riferimento per entrare, almeno un poco, nel mistero della sofferenza degli uomini.

Venerdì Santo! …Quelle tre ore di Gesù sulla croce! …

Gesù è abbandonato dagli uomini, dalla folla osannante tante volte gratificata della sua Parola, dei suoi miracoli, del suo perdono, è abbandonato anche dai suoi discepoli.

Dopo aver offerto misericordia ai suoi carnefici, dopo aver aperto il Paradiso al buon ladrone, dopo aver donato la sua madre e finalmente il suo corpo ed il suo sangue, già misticamente dati nell’ultima cena, gli rimaneva la divinità.

Gesù era ancora intimamente unito al Padre.

Ma allora, come insegna San Paolo, avviene lo spogliamento completo, lo spogliamento della sua divinità.

Leggiamo il vangelo: “Dall’ora sesta all’ora nona si fece buio su tutta la faccia della terra e all’ora nona Gesù gridò a gran voce: <<Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?…>>”.

Un grido! E’ qualcosa di inarticolato! Il grido di un Dio!…

Il Padre si è sottratto. Per farci figli di Dio, Gesù si priva del sentimento di essere Lui, il Figlio di Dio. Per introdurci nella sua casa, si priva in quell’istante, del cielo.

L’ora nona è stata l’ora della tenebra, dell’aridità immensa dell’anima, del nulla infinito. Allora, per Gesù non ci fu nessun sollievo, nessun conforto.

Perché quel grido?

Gesù Uomo-Dio, ridotto per amore a straccio, a rifiuto, a verme, a vergogna, al “nulla”… , estromesso dal cielo e dalla terra, “figlio di nessuno”… solo, di una solitudine assoluta, che confitto in croce gridava per il suo abbandono…

Forse in questi giorni non abbiamo sentito il “grido” di dolore, che covava impalpabile nell’aria a Fiorenzuola… Ma il “perché” affiorava continuamente dai nostri cuori… Cercavamo tutti una spiegazione.

La Chiesa ci ha additato Gesù, crocifisso e abbandonato!

Perché noi potessimo seguirlo, perché noi sapessimo portare la nostra croce, perché imparassimo poco a poco, a farci vicini ai dolori, alle prove, alle angosce dei nostri fratelli, perché apprendessimo “a contattare” il dolore diffuso su tutto il mondo, perché noi ci facessimo preghiera.

Il salmo 27 dice: “A te grido, Signore, non restare in silenzio, mio Dio. Ascolta la voce della nostra supplica, quando ti grido aiuto, quando alzo le mani verso il tuo santo tempio. Afflitto e sfinito all’estremo, ruggisco per il fremito del mio cuore. Signore, il mio gemito, a Te non è nascosto”

Ecco, noi ci troviamo in questa situazione. Si è oscurato il cielo sopra tutti noi. Ma noi sappiamo che Gesù conosce il nostro dolore, sappiamo che “il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito” (Salmo 33).

Gesù è capofila della nostra umanità in cammino verso la patria definitiva. Gesù si fa compagno a tutti noi, nel nostro oscuro pellegrinare. Gesù ci spinge oltre il Calvario, verso la Pasqua, verso il giorno senza tramonto.

Apriamo il nostro cuore alla speranza che Gesù ci offre.

“Amiamoci, fratelli”, asciughiamo le lacrime di chi piange. Noi siamo portatori di una sconvolgente certezza.

Su questa terra, abbiamo una vita sola, e breve … Ma poi… il Paradiso... poi sempre con lui, Gesù nostro Dio e nostro fratello, in cielo. Poi tutti uniti, un cuore solo, un’anima sola nella festa senza fine.

Il “progetto culturale” della CEI: intercettare le domande del nostro tempo

Il “progetto culturale” della CEI: intercettare le domande del nostro tempo

 

Per coniugare fede e cultura

 

Cultura è il modo in cui un uomo, un  popolo vedono ed esprimono se stessi e la realtà

 

Un progetto culturale della chiesa italiana? Sì, un progetto culturale orientato in senso cristiano, di cui è soggetto il popolo di Dio che vive oggi in Italia e che si trova ad affrontare una situazione per molti versi nuova, caratterizzata da un accentuato pluralismo sociale e culturale.

Se evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, se questo significa adoperarsi per far incontrare gli uomini con Gesù Cristo perché in lui si rivela a noi il volto di Dio, come mistero di amore, e il volto dell’uomo, chiamato alla comunicazione con Dio e con i fratelli, se da sempre i cristiani si sono impegnati perché il Vangelo di Gesù, penetrando nella vita delle persone, diventasse fermento di un mondo edificato secondo il progetto di Dio, oggi ancor più «appare necessario assumere con consapevolezza il rapporto fede e cultura». In un tempo in cui è cresciuta la complessità ed insieme la disillusione, è più che mai urgente impegnarsi per offrire prospettive culturali capaci di intercettare le domande e di proporre con coraggio percorsi di risposta che, accogliendo la persona di Cristo come evento centrale della storia, sappiano farne fermento di idee e del vissuto quotidiano delle persone e delle collettività, stimolo delle strutture che lo reggono e dei valori che gli danno forma.

Progetto ‘culturale’, dunque, perché con ‘cultura’ si intende quel sistema di elementi in cui si incarnano il senso generale della vita e le esperienze fondamentali che le danno forma, dalla lingua all’arte, dalla scienza all’economia, dalle forme di convivenza ad altro ancora. Già nel 1995 il convegno ecclesiale di Palermo aveva registrato un consenso generale intorno al progetto, poi nel 1997 esce il documento della Conferenza Episcopale Italiana dal titolo Progetto culturale orientato in senso cristiano. Una prima proposta di lavoro e, all’interno della Segreteria nazionale della CEI, viene costituito il Servizio nazionale per il progetto culturale, centro di raccordo per i diversi soggetti impegnati nella sua attuazione. Il Servizio, oltre a collaborare con gli Uffici della CEI per sviluppare l’aspetto culturale dell’evangelizzazione nei diversi settori della vita della chiesa, organizza incontri di studio a carattere nazionale su temi di rilievo.

Impegnato quindi sul tema del rapporto tra la fede, che ispira l’antropologia cristiana, e la situazione culturale contemporanea,  il progetto culturale opera con una distinzione in due livelli: da un lato le grandi aree tematiche, per se stesse interdisciplinari, che toccano i contenuti fondamentali della fede nel loro impatto con i nodi più vivi del pensiero e dell’ethos contemporanei; dall’altro i temi emergenti di volta in volta nel dibattito culturale e nella vita sociale, a cui appare necessario offrire risposte evangelicamente illuminate, che orientino il pensare e l’agire comune dei cristiani e li rendano capaci di entrare in dialogo con tutti.  Per quanto riguarda le grandi aree tematiche, tre sono quelle su cui è stata focalizzata l’attenzione, verso cui si orientano le attività di ricerca: libertà personale e sociale in campo etico; identità nazionale, identità locali e identità cristiana; interpretazione del reale: scienze e altri saperi. Per i temi emergenti, l’attenzione è stata concentrata su ambiti quali: spiritualità ed espressione della fede, famiglia e vita, scuola ed educazione, responsabilità verso il creato. Le iniziative attuate in questi ambiti, realizzate da esperti delle più diverse discipline, nella comune prospettiva di un’antropologia ispirata al Vangelo, sono state fino ad ora essenzialmente tre: il Forum del progetto culturale, con una sua articolazione che coinvolge anche giovani studiosi, i seminari di studio, le iniziative a sostegno della ricerca.

A che serve tutto questo, ci si potrebbe chiedere? Possiamo rispondere, rimandando al già citato documento della Conferenza Episcopale Progetto culturale orientato in senso cristiano. Una prima proposta di lavoro, n. 2., che serve a costruire, con le categorie di oggi, una visione del mondo cristianamente ispirata, consapevole delle proprie radici e della propria pertinenza sulle questioni vitali e fiduciosa circa le proprie potenzialità nel dialogo con la cultura contemporanea. Si tratta, in una parola, di un contributo per essere sempre più capaci di dire in modo originale e plausibile la nostra fede, oggi. Si tratta di cercare di abitare le questioni che concretamente sono di fronte a noi, proponendo un cammino di riflessione, di approfondimento, di confronto, di maturazione, nella convinzione fiduciosa che in Cristo ci è data una interpretazione di Dio, dell’uomo e della realtà. Pur senza avere la pretesa di definire tutto, di avere l’inventario delle risposte a tutte le sfide cruciali, raccogliendo queste sfide la fede esprime la propria energia creativa e alimenta il rinnovamento dell’uomo e della società.

Carla Danani

Una fiaba musicale sulla diversità

Il 29 ottobre al Capitol un originale spettacolo di musica,parole e canto

BU-BUNGARI, IL VITELLO SPIRITO

Una fiaba musicale sulla diversità, tratta da un racconto del senegalese Mbacke Gadji

 

“Si chiama Ddjibel pastore africano / e la sua storia ti prende per mano / laggiù nel Ferlo uno spirito buono / porta bontà e un grande mistero” Una fiaba in senegalese recitata, cantata e danzata. Ecco “BU-BU NGARI, il vitello spirito” fiaba musicale andata in scena mercoledì 29 ottobre al cinema Capitol. “L’idea, di alcuni anni fa, era quella di una rappresentazione teatrale alla cui messa in opera prendessero parte giovani e bambini provenienti dalle diverse realtà multietniche fiorenzuolane in collaborazione con le scuole di musica, canto, danza e teatro della nostra città. Purtroppo solo il secondo dei nostri obiettivi è stato raggiunto”sono le parole del maestro Vincenzo Torricella, ideatore del progetto, patrocinato dal Comune, e autore delle musiche. Alla realizzazione dello spettacolo, infatti, è mancata la partecipazione di ragazzi stranieri, ma sul palcoscenico hanno interagito in armonia il”Piccolo Ensamble”della scuola comunale di musica “M. Mangia”, l’Associazione musicale “Orchestra Amadeus”, il Coro voci bianche della corale di Fiorenzuola, le allieve della scuola di danza “On stage” e la compagnia teatrale “Ancora senza nome”, il tutto sotto la direzione del maestro Roberto Sidoli. Una rappresentazione nata dal riadattamento teatrale, ad opera di Franco Nazzani, di una leggenda africana, tratta da un racconto di un autore senegalese, Mbacke Gadji, presente in sala. E’ la storia di un gracile vitello smarrito accolto come un amico da un bambino, ma considerato dagli uomini del villaggio l’incarnazione dello spirito del male in base ad una antica profezia.”Sciagure e rovine sulle terre del Ferlo / lo dicono gli anziani, lo dice lo stregone / verrà lo spirito del male / avrà la forma di un vitello smarrito / e il villaggio sarà perduto”è il ritornello che il coro scandisce più volte alternando, con destrezza, italiano e senegalese. Ma alla fine, sarà proprio il vitello, in realtà uno spirito buono, a salvare le mandrie dalla carestia e dalla guerra, sconfiggendo il terribile drago che abita l’unica fonte d’acqua e di speranza per il villaggio. “Un racconto – dice l’autore stesso – che viene dalla tradizione orale africana, raccontato dalle nonne ai nipoti, perché non sia dimenticato”. Una storia dalla morale semplice e immediata, adatta ai bambini, ma monito anche per gli adulti. Chi è diverso non sempre rappresenta un pericolo, anzi può diventare  una ricchezza per tutti gli altri se viene accettato e accolto. Gli occhi di Djibel, il giovane amico del vitello smarrito, non sono coperti dal velo del pregiudizio, il suo è uno sguardo limpido che sa superare l’apparente diversità. Djibel dà un’occasione al suo nuovo amico, pur sapendo di andare contro l’opinione del padre e del resto del villaggio. E’ proprio l’autore, nel suo intervento introduttivo alla rappresentazione, a sottolineare questo aspetto: ”Chi arriva dall’africa in Europa deve spesso scontrarsi con una società che non da’ spazio, non da’ fiducia.E’ davvero difficile trovare posto in questo contesto, e ogni giorno bisogna dimostrare di meritarselo”. Tutto questo in una fiaba.La voce recitante, Antonia Stradivari, è accompagnata nella narrazione dalle colorate coreografie e dagli eleganti mimi delle ballerine della scuola di danza dirette da Elisa Ceresa. Il racconto è poi animato da suggestivi canti senegalesi, cori parlati e dalle musiche di chitarre, flauti e violoncello. Il tutto in un atmosfera  tribale ben sottolineata dall’utilizzo delle percussioni e dalle intense maschere africane, utilizzate da ballerine e coro, realizzate da Dino Molinari. Un’occasione per conoscere una cultura lontana e per riflettere. E di questo l’autore a ringrazia i presenti: ”Vi ringrazio per essere qui, non in qualità di scrittore, ma come membro della civiltà senegalese, perché Fiorenzuola ha voluto conoscere e incontrare in questo modo la nostra cultura. Io scrivo in italiano per venire incontro a chi vuole leggere i miei libri, voi siete venuti incontro a me”.

Giulia Bartolini

Il viaggio di Don Gianni Cobianchi

Il viaggio di Don Gianni Cobianchi

 

COLOMBIA: ANDATA E RITORNO!

 

Non ho potuto sottrarmi al desiderio e all’impegno di visitare l’“Hogar” [villaggio] Divino Amore di Aguachica, in Colombia. Volevo vedere i bambini che aiutiamo dall’Italia. “Gli anni passano, i bimbi crescono…” Il pericolo per noi sta proprio nel non accorgerci del cambiamento delle loro piccole vite.

Le notizie dalla Colombia non erano troppo confortanti. Ma dalle suore che danno l’anima per i bambini, mi è stato detto: “Noi siamo nel fuoco, ma non bruciamo”… dove è evidente il riferimento biblico al profeta Daniele.

Ed eccomi in volo sull’aereo della “Iberia” verso Madrid-Bogotà; poi volo interno Bogotà-Bucaramanga. Quindi tre ore di macchina: Bucaramanga-Aguachica. E qui l’impatto con la realtà! Sono 58 i bambini che hanno potuto essere accolti. Incontro vecchi amici e volti nuovi, anzi nuovissimi come le due gemelle di un anno e mezzo, che nel vedermi sono scoppiate in un pianto dirotto e sono fuggite, ma che poi ho conquistato con una caramella e mi sono venute in braccio.

Costruiscono barchette, aeroplanini di carta e aquiloni: si divertono con una palla bucata, corrono su un grande prato verde, bagnato finalmente dalle piogge invernali.

La sera, il cortile, inondato di luce, diventa teatro di uno spettacolo festoso: il gioco è vita per loro! Prima di dormire, i bambini non litigano più. Li ho visti giocare, studiare, mangiare, ballare e pregare. E mi sono convinto dell’importanza di questa opera, così necessaria nella città calda, turbolenta, come segno e testimonianza della possibilità di convivenza, di pace, e di solidarietà.

La vita qui “è buona”. Purtroppo il clima sociale e politico del Paese non è così. Basta guardare “il noticiero” nazionale, il telegiornale: bombardamenti sulle colonne dei guerriglieri, delle “Farc” e dell’ “ELN”; attacchi improvvisi dei guerriglieri; sequestri; granate che scoppiano nella Capitale

Ma anche nell’ambiente cittadino si avvertono problemi seri, pericoli, paure. La situazione si sta facendo drammatica. Soprattutto perché sembra che non ci sia una via d’uscita, sembra che sia morta la speranza. La guerriglia è un po’ dovunque. I para-militari si fanno notare per la loro violenza. Il dialogo voluto dalla Chiesa non decolla. Solo vaghe promesse.

E la povera gente soffre!  Proprio in questi giorni, un sacerdote è stato ucciso. La persona non conta più. Anche cinquanta euro bastano per convincere un ragazzo ad uccidere. Le donne in Colombia sono scese in piazza per chiedere la pacificazione, la smilitarizzazione della vita civile. Purtroppo le spese militari sono raddoppiate, le forze militari del governo sono aumentate, l’aiuto americano è cresciuto. Ma sono ben undicimila i ragazzi strappati alle famiglie e costretti a fare i soldati e a sparare.  Eppure bisogna continuare a resistere e a sperare!

 Il nostro villaggio è sorto e vive per questo: perché i bambini possano vivere nella pace, affrontare con fiducia la vita. Sono cinque le suore colombiane che collaborano con sr. Maria Dina. Sr. Celina lavora all’asilo, sr. Rosa e sr. Mercedes insegnano nella scuola elementare, suor Roçio fa catechesi nelle scuole secondarie, suor Else si prende cura della casa, dei malati, dei frequenti funerali. Sr. Maria Dina ha sulle spalle la cura di tutto il villaggio. Il servizio della parrocchia è affidato a loro. Per sovvenire alle necessità del villaggio ci si è impegnati con una “finca” [un podere] per poter ottenere verdura, frutta, per allevare pollami, avere un po’ di carne, latte e uova. La vita costa, le spese sono pesanti: settanta persone vivono con il “villaggio”.

L’esperienza nuova mi ha arricchito: il coraggio, il lavoro, la dedizione delle suore sono esemplari; la gioia contagiosa dei bambini e il comitato di famiglie che appoggiano l’Hogar, il contatto con i ragazzi delle scuole superiori cui ho parlato con la traduzione della suora e che ho visto tanto interessati, ci fanno sperare per il futuro.

Dios te salve, Colombia!  L’augurio che nasce spontaneo ora, che non incuta più terrore l’uomo fatto di terra (sal 9) e che i nostri aiuti, di cui Aguachica è riconoscente possano continuare a fare bello e sereno il nostro villaggio.

Don Gianni Cobianchi

Un prezioso atto notarile del 1214

Tra i documenti dell'archivio parrocchiale un prezioso atto notarile del 1214

 

RITROVATA PREZIOSA PERGAMENA

 

Una viva immagine della campagna di Fiorenzuola emerge dall'importante documento storico pievano scoperto dal Prof. Massimo Pallastrelli

 

 

E' il giorno della Commemorazione dei defunti dell'anno 1214. In una località della campagna di Fiorenzuola chiamata Mandria, situata presso le ghiaie del torrente Arda, un crocchio di persone spicca in un campo delimitato da una cinta; una di queste parla animatamente disegnando nell'aria, con le mani, incomprensibili segni e talora indicando punti lontani ed invisibili. Cosa sta succedendo?

Tutti i particolari del "quadretto" descritto possiamo ritrovarli nelle "Considerazioni storiche in relazione ad un antico documento pievano" che lo storico Massimo Pallastrelli ha riportato alla luce durante una ricerca nel nostro archivio parrocchiale. Nell'intento di mettere al corrente i lettori dell'interessante contenuto, diamo qui una sintesi delle "Considerazioni storiche" dello studioso.

 Il personaggio che sta animatamente parlando è un certo Grazio, fittavolo della Pieve; sta mostrando al chierico e massaro della Pieve Giovanni Settecapre, in modo chiaro e inequivocabile, la reale situazione patrimoniale di cui egli, come custode degli interessi della sua chiesa, deve essere informato: individua le terre che ha in fitto dalla Pieve, specificando per ognuna l'entità del fitto, le misure, i confini e la natura produttiva dei terreni. Questa ricognizione sul campo avviene alla presenza di tre testimoni: di fronte al prete Alberto Toperto, al prete Ugone e ad Airoldo. Perché tutta l'operazione sia giuridicamente valida e duratura ecco presente anche il notaio, l'espertissimo Gandolfo.

Questi ed altri personaggi non potevano certo immaginare che quell'atto che si accingevano a porre in essere quel giorno dei Morti si sarebbe conservato ottocento anni per divenire fonte di informazione storica. Il documento espone a questo punto tutti i dati ed i calcoli delle superfici degli appezzamenti di terreno in modo meticoloso e circostanziato. Questi calcoli, solo all'apparenza oziosi, ci dicono in realtà che le misurazioni antiche erano assai rigorose e veritiere e presupponevano pertanto una direzione del patrimonio pievano serissima ed efficiente, oltre che la collaborazione di misuratori esperti e capaci. Proprio dal nostro documento veniamo a sapere che dette misurazioni erano affidate all'esperienza e al rigore dei notai; costoro, all'epoca, esercitavano anche l'arte della misurazione e del calcolo agrario, come professionisti la cui preparazione tecnica e culturale era da mettere a frutto il più possibile.

Ma la nostra pergamena ci dice altre cose. Emerge l'idea di una campagna, intorno a Fiorenzuola, che già nei primi anni del Duecento ha assunto la conformazione di un territorio ordinato e lavorato, fatto di prati, vigne, coltivi, che ormai hanno cacciato indietro il bosco, la sterpaglia, l'acquitrino, che erano i soli padroni della Pianura padana fra X e XI secolo.

Ora la terra è vissuta come fonte di beni strettamente connessa a processi di direzione e di lavoro volti a migliorarne le condizioni e a razionalizzarne i frutti. Sono finiti i tempi in cui i toponimi (= nomi dei luoghi) altomedievali attestavano la presenza di aree boscose e selvatiche attraversate da corsi d'acqua minacciosi (nel Mantovano si cita un Rivum Diluvii) ove è difficile pensare che gli uomini non temessero per loro stessi, nonostante la consuetudine con un simile paesaggio primitivo. E al posto di coloni e di porcari dagli indicativi nomi di Lupus, Ursus, Belua etc., frequenti fra X e XI secolo, ora compare un Gratius (gradito, caro, nome affermatosi già nei primi ambienti cristiani con riferimento alla grazia divina) che sembra ingentilire un contesto agrario già di per sé sufficientemente rassicurante e definito.

Andrea Masini

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